PONS MAJOR, PORTO SULLA DORA E PONTE VECCHIO

I Romani edificarono un ponte chiamato Pons Major. Nacque per scopi commerciali e sulle rive della Dora sorse un importante porto fluviale Benché Ivrea sia una città subalpina, nel I secolo dopo Cristo ospitò un porto in stile marittimo. Fa strano crederlo, ma il Pons Major e la banchina furono di notevole importanza strategica per i commerci con l’Europa. Quasi ogni giorno, difatti, i vascelli mercantili che provenivano da oriente, dopo aver risalito il Po carichi di marmi, di derrate alimentari e spezie, deviavano la loro rotta, immettendosi nella Dura Major (Dora Baltea), infine approdavano nella banchina fluviale del porto eporediese. Pons major e il porto Come ogni opera romana, anche il Pons Major era una struttura imponente, composta da 10 arcate e lunga quasi 150 metri. Il primo ponte, quello che noi chiamiamo «Ponte Vecchio», era di dimensioni più modeste e non era adatto a scopi commerciali. Fu così che quindi i Romani decisero di costruire il Pons Major (ponte principale) il quale andava da Lungo Dora (difronte il liceo Botta) sino alla parte più orientale dell’attuale Canoa Club. I basamenti erano in legno, con archi in pietra. La strada era fatta con rifiuti organici, larga 5 metri, la quale percorreva l’intera lunghezza del ponte. Per consentire ai manovali degli approdi di spostarsi senza rallentare i carri corrieri, furono realizzati due marciapiedi e dei parapetti in granito. A sinistra, verso valle, si trovava il porto. La banchina era lunga un centinaio di metri, da cui sgorgava il condotto fognario cittadino. Il porto era meta di equipaggi marinareschi che scaricavano mercanzie e cibo per le attività commerciali, in un via vai di carri e manovali. Un ambiente marittimo a tutti gli effetti, popolato da mozzi indaffarati a pulire le imbarcazioni e da capitani di vascello che dopo aver svolto il proprio ruolo di traghettatori, salivano verso il tempio cittadino per offrire tributo agli dei. Il Pons Major, tuttavia, non durò molto, visto che poggiava su un fondale sabbioso e venne spazzato via da una possibile piena della Dora, forse pochi mesi dopo la sua costruzione. La scoperta del Pons Major Fu dopo l’alluvione del 1977 che emersero i primi resti del Pons Major, ma fu solo dopo l’alluvione del 1993 che vennero analizzati. Quell’anno, infatti, durante i lavori di ripristino degli argini della Dora, danneggiati a causa di una straordinaria piena, i sommozzatori del Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea del Ministero dei Beni Culturali e dal Gruppo Archeologico Canavesano, stabilirono approssimativamente che il Pons Major fu edificato nel I secolo d.C. E il Ponte Vecchio? Quello che oggi conosciamo come Ponte Vecchio, non è romano! O, per meglio dire: poggia le sue fondamenta sulla base della vecchia struttura romana, ma dal primo ponte ne sono stati ricostruiti alcuni, a causa delle alluvioni. Nel pieno medioevo fu costruito in legno. Alcuni storici affermano che avesse due torrette difensive (mai rinvenute), di cui quella esterna munita di un ponte levatoio. Si pensa che di ponti ne siano stati edificati almeno quattro. Si presume che tra la fine del 1600 e la sua distruzione, oltre a essere in legno, il ponte fosse coperto. Quello che noi vediamo oggi, in realtà, ha un’età di “soli” 300 anni. A testimoniarlo è la targa posta sul parapetto che ne celebra la ricostruzione voluta da Vittorio Amedeo II. Per motivi strategici, il Ponte Vecchio venne fatto esplodere nel 1704 durante l’assedio francese, permettendo così la difesa della città. Come cita la targa, fu poi ricostruito completamente nel 1716 per volontà della Volpe savoiarda, ovvero Vittorio Amedeo II di Savoia. Nel 2016, il ponte ha compiuto i suoi 300 anni. Nel 1830, su volontà di Carlo Felice, il Ponte Vecchio ebbe ulteriori lavori di ampliamento. Infine, durante la Prima guerra mondiale, nel 1917, sopportò un’altra parziale distruzione; anche questa dovuta alle mine poste su uno dei piccoli archi laterali, indebolendone la portata.
STORIA DEL TEATRO GIACOSA

In quasi 200 anni di storia, il Teatro Giacosa di Ivrea ha ospitato opere liriche, spettacoli di danza e dibattiti culturali. Sino ad alcuni decenni fa,a Carnevale veniva presentata la Mugnaia La storia del Teatro Giacosa inizia 196 anni fa. Siamo nel 1829, quando l’amministrazione comunale di Ivrea affida la progettazione della nuova struttura allo studio d’architettura Storero. Il nuovo progetto prevede di costruire il teatro civico nell’area in cui sorgeva il convento di Sant’Agostino. Il monastero, abbandonato dai monaci a seguito del decreto di soppressione degli ordini religiosi emanato dai francesi all’inizio dell’Ottocento, fu demolito e ridotto in macerie. Il modello del teatro, gli affreschi e l’inaugurazione Gli affreschi del soffitto, raffiguranti Giove su un carro trionfale, circondato dalle Muse, vengono realizzati dal pittore Giuseppe Borra. Il sipario principale e alcuni altri scenari sono invece opera di Luigi Vacca e Franco Sevesi: due celebri artisti noti per la stretta relazione con la corte sabauda. È il 5 luglio 1834 quando il teatro viene inaugurato, in occasione della festa patronale di San Savino. Per l’evento vengono portate in scena tre opere liriche, come Giulietta e Romeo, La gioventù di Enrico IV e infine Il Nuovo Figaro. Il teatro viene dedicato a Giuseppe Giacosa Nella serata del 30 novembre 1922, a sedici anni dalla scomparsa di G. Giacosa, il teatro viene ufficialmente intitolato a lui. La cerimonia attira numerosi partecipanti, tra cui artisti e intellettuali. Anche molti cittadini prendono parte all’inaugurazione, commemorando il grande commediografo. Tra il pubblico sono presenti amici e colleghi di G. Giacosa, i quali avevano avuto il privilegio di collaborare con lui e con la sua fervida genialità. Il teatro, carico di fascino, diventa il palcoscenico ideale per un evento tanto significativo. Il Teatro Giacosa, storia delle radici culturali La celebrazione non si limita a semplici discorsi ufficiali. Vengono portate in scena anche le opere più celebri di G. Giacosa, come ad esempio La Roberta e L’amico Fritz, permettendo al pubblico di rivivere l’incanto della sua arte. L’atmosfera si permea di un profondo senso di nostalgia e ammirazione per un uomo che ha saputo catturare l’essenza delle relazioni umane della vita quotidiana attraverso il suo operato. In questo contesto, l’intitolazione del teatro rappresenta un ponte tra passato e futuro. Un chiaro invito a tutti a non dimenticare la ricchezza culturale che G. Giacosa ha donato alla comunità. Dopo tanta acclamazione popolare, il Comune di Colleretto Giacosa rende omaggio al talentuoso commediografo, rafforzando la propria identità culturale. È attraverso eventi come questo che le comunità possono riscoprire il valore delle proprie radici culturali e storiche, ispirando le nuove generazioni a continuare a valorizzare l’eredità artistica dei loro predecessori. Il 30 novembre 1922 non viene ricordato solo come il giorno in cui un teatro prende il nome di G. Giacosa. La data diventa anche unione, poiché le persone si riuniscono per celebrare l’arte, la cultura e il potere del teatro, preservando nel contempo la memoria di uno dei suoi più grandi protagonisti. Il declino e la riapertura Negli anni Trenta, il teatro attraversa un periodo particolarmente oscuro, segnato da un progressivo declino sia strutturale che artistico. A causa dell’abbandono e della mancanza di manutenzione, nel 1942 viene dichiarato inagibile e trasformato in un magazzino militare. Fatta eccezione per una breve riapertura in occasione del carnevale cittadino del 1947, rimarrà chiuso fino al 1958. L’inaugurazione della nuova apertura avviene il 13 dicembre 1958, con un concerto dell’Orchestra Sinfonica di Torino della RAI. Da quel momento, il teatro ha continuato a rimanere aperto, diventando un importante punto di riferimento per numerose compagnie di prosa. Da allora si sono svolti concerti corali, conferenze e operette. Tra i tanti artisti che hanno calcato uno dei palcoscenici più storici del Piemonte, possiamo ricordare nomi illustri come Ermete Novelli, Eleonora Duse e Gustavo Modena. Va ricordato che il teatro acquisì nuovamente la sua funzione grazie all’intervento di Adriano Olivetti, all’epoca sindaco di Ivrea, che con un rapido restauro restituì il Teatro Giacosa alla comunità eporediese. Attualmente il teatro ha una capienza totale di 456 posti (scheda tecnica).