La figura della masche in Canavese: stregoneria e superstizioni
Le streghe, nelle credenze popolari e nel loro folclore, sono esistite in ogni angolo del pianeta. Dalle Boo hag della comunità afroamericana nella Carolina del Nord e del Sud, alle Onibaba giapponesi. Oppure i witch camps ganesi, villaggi popolati da chi viene reputata una strega, sino alle streghe vampiro Chedipe dell’India o le Lechuza messicane con il volto di rapace. Perfino il Canavese ha avuto le sue superstizioni e le sue streghe, ma queste erano chiamate masche — oppure «ghigne fàusse». Dopo la rivoluzione industriale, i moderati popolari addolcirono questo detestabile appellativo, così le donne intraprendenti, coraggiose e disinvolte, furono chiamate «suffragette».

Ma è all’inizio del ‘900, grazie all’attivismo di Virginia Woolf, che il nome “strega” viene definitivamente abbandonato e al suo posto compare la parola: «femminista». Ma ritorniamo in Canavese, perché è qui, che dal 1400 al 1700 alcune donne, vengono uccise con l’accusa di stregoneria. L’etimologia di mascha è incerta, anche se alcuni studiosi sostengono che derivi dal provenzale mascar, che significa «borbottare sottovoce», quindi mascherare i propri operati. Da qui la parola mascara, il cosmetico usato per inspessire e allungare le ciglia.
Processi alle masche di Levone e Rivara
Inutile dirlo: i processi alle donne ritenute streghe non avevano difensori né clemenza, ma solo giudici, avvocati accusatori e un popolo inferocito, tutti esaltati dall’autosuggestione. Benché le masche, nella tradizione piemontese, non fossero malvagie, ma solo vendicative e dispettose, furono condannate oltre 30 donne, tra Barbania, Rivara, Ciriè e Levone.
Alla masca veniva fatto indossare un camice bianco e veniva depilata; secondo la leggenda, il diavolo proteggeva le sue donne solo se queste avevano peli sul corpo. Infine, veniva accusata e torturata. Se la disgraziata resisteva alla tortura, voleva dire che il demonio era ancora in lei, per cui continuavano fino a quando moriva.

A Levone, nel 1474, ci fu il maggior numero di accuse per stregoneria e molte masche furono arse vive. Le accuse riguardavano omicidi di bambini e uomini, ma anche di bestiame. Alcuni dei loro nomi (presi da un elaborato del 1889 di Gaetano di Giovanni: Usi credenze e pregiudizi del Canavese) sono Antonia de Alberto, Margarota Brago, Francesca e Bonaveria Viglione.
Nello stesso giorno in cui a Levone arsero le donne, a Rivara processarono cinque “nuove” streghe. Anche di queste non ci sono documenti, ma i loro nomi, secondo la leggenda, sono Antonia Goletto, Guglielmina Ferreri, Margherita Ardizzone e Antonia Comba.
L’ultima masca del Canavese
Intorno alla metà del 1700, in tutto il mondo i processi per stregoneria non vengono più svolti. Tuttavia la superstizione non termina con la chiusura delle aule dei tribunali, così l’ultima masca viene processata nel 1839. Da tutti era conosciuta come “la Marchesa” e viveva a Crosaroglio, vicino Levone. Si diceva che avesse ottimi rapporti con il demonio e, proprio grazie a questa amicizia, potesse leggere il pensiero di ogni persona. I racconti dicono anche che portasse sempre con sé un falcetto e che avesse il dono dell’ubiquità.
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